Italo Svevo
Svevo si accinse nel 1919 alla stesura del suo
capolavoro, La coscienza di Zeno, che portò a termine nel 1922 e pubblicò
l'anno successivo. Il romanzo è l'autobiografia di un ricco commerciante
triestino, Zeno Cosini, che, condannato dal testamento paterno a vivere di
rendita sotto la tutela di un amministratore, trascorre la vita in uno stato di
perenne irresponsabilità, unicamente impegnato ad analizzare la sua malattia e
a studiarne i sintomi, giudicando retrospettivamente, in termini negativi, la
cura psicanalitica che gli era stata proposta da un medico. Più che la storia
di una malattia, La coscienza di Zeno è pertanto la storia del rifiuto della
guarigione: il nesso salute-malattia è svolto in modo da affermare
l'ambivalenza perfetta dei due termini, per cui non è possibile al protagonista
raccontare la propria malattia senza, nel contempo, raccontare l' "atroce
salute" degli altri, ossia il conformismo sociale. In altri termini, non solo
il singolo individuo è malato, ma la stessa vita è una "malattia della
materia", un mondo caotico, in preda alla follia autodistruttiva della guerra,
preludio a una "catastrofe inaudita", prodotta dagli "ordigni" costruiti
dall'uomo.
E' dunque vano qualsiasi sforzo di guarigione,
perché nessuno può sottrarsi alla nevrosi prodotta dalla civiltà del denaro e
del possesso. Solo un' "esplosione enorme" potrà salvarci definitivamente dalla
paura della malattia: sarà forse la morte cosmica, intravista dallo scrittore,
nel suo radicale pessimismo, come lo sbocco inevitabile di una civiltà
tecnologica che costruisce macchine sempre più perfette; ma potrà essere anche
la nascita di un mondo nuovo, prefigurato dagli "inetti" che, a differenza dei
"santi", irrimediabilmente contagiati da uno squallido presente, si sono
mantenuti disponibili per progettare l'uomo del futuro. La tecnica narrativa,
fondata sul "monologo interiore", non ha nulla da spartire con il naturalismo:
il romanzo oggettivo è aggredito da una disposizione analitica che rallenta il
flusso del tempo, sottoponendo il protagonista ad un minuzioso scandaglio che
ne mette a nudo la nevrosi, la tendenza all'autoinganno. Svevo abbandona il
modulo ottocentesco, ancora di matrice naturalistica, del romanzo narrato da
una voce anonima ed esterna al piano della vicenda, con ampie focalizzazioni
interne ai personaggi, e adotta soluzioni più nuove. Per gran parte, La
coscienza di Zeno è costituita da un memoriale, o confessione autobiografica,
che il protagonista Zeno Cosini scrive su invito del suo psicanalista, il
dottor S., a scopo terapeutico, come preludio che dovrebbe agevolare la cura
vera e propria. E lo scrittore finge che il manoscritto di Zeno venga
pubblicato dal dottor S. stesso, per vendicarsi del paziente, che si è
sottratto alla cura frodando al medico il frutto dell'analisi (tutto ciò viene
spiegato dal dottore in una prefazione, con cui si apre il libro).
Al testo del memoriale si aggiunge infine una
sorta di diario di Zeno, in cui questi spiega il suo abbandono della terapia e
si dichiara sicuro della propria guarigione in coincidenza con i successi
commerciali ottenuti durante la guerra con fortunate speculazioni. Il romanzo è
dunque narrato dal protagonista stesso, dietro la finzione narrativa
dell'autobiografia e del diario, pertanto ha un impianto autodiegetico. Nuovo e
originale, nell'impianto narrativo, è anche il particolare trattamento del
tempo, quello che Svevo chiama "tempo misto". Il racconto, nonostante
l'impostazione autobiografica, non presenta gli eventi nella loro successione
cronologica lineare, inseriti in un tempo oggettivo, come nei romanzi
ottocenteschi in cui il protagonista racconta la propria vita (si pensi al
David Copperfield di Dickens o alle Confessioni di un Italiano di Nievo), ma in
un tempo tutto soggettivo, che mescola piani e distanze, in cui il passato (il
tempo del vissuto) riaffiora continuamente e si intreccia con infiniti fili al
presente (il tempo del racconto), in un movimento incessante, in quanto resta
presente nella coscienza del personaggio narrante. Di qui la struttura
particolare del racconto, che non è lineare, progressiva, ma si spezza i tanti
momenti distinti. La ricostruzione del proprio passato operata da Zeno si raggruppa
intorno ad alcuni temi fondamentali, a ciascuno dei quali è dedicato un
capitolo, talora assai ampio. Eventi contemporanei possono così essere
distribuiti in più capitoli successivi, poiché si riferiscono a nuclei tematici
diversi, e, inversamente, singoli capitoli, dedicati ad un particolare tema,
possono abbracciare ampi segmenti della vita di Zeno. La narrazione va
continuamente aventi e indietro nel tempo, seguendo la memoria del
protagonista, che si sforza, per obbedire allo psicanalista, di ricostruire il
proprio passato. Dopo la prefazione del dottor S. ed un preambolo in cui Zeno
racconta i propri tentativi di risalire alla prima infanzia, gli argomenti dei
vari capitoli sono: il vizio del fumo e i vani sforzi per liberarsene, la morte
del padre, la storia del proprio matrimonio, il rapporto con la moglie e la
giovane amante, la storia dell'associazione commerciale con il cognato Guido
Speier; alla fine si colloca il capitolo Psico-analisi, in cui Zeno sfoga il
proprio livore contro lo psicanalista e racconta la propria presunta
guarigione. Il narratore della Coscienza, l'"inetto", nevrotico, malato
immaginario Zeno, è chiaramente un narratore inattendibile, di cui non ci si
può fidare. Lo denuncia subito, sulla soglia stessa del libro, la prefazione
del dottor S., che insiste sulle "tante verità e bugie" accumulate nel
memoriale. L'autobiografia in esso contenuta è tutta un gigantesco tentativo di
autogiustificazione di Zeno, che vuole dimostrarsi innocente da ogni colpa nei
rapporti col padre, con la moglie, con l'amante, con il rivale Guido: in realtà
traspaiono ad ogni pagina i suoi impulsi reali, che sono regolarmente ostili ed
aggressivi, addirittura omicidi. Ma non si tratta di menzogne intenzionali:
sono autoinganni determinati da processi profondi ed inconsapevoli, con i quali
Zeno cerca di tacitare i sensi di colpa che tormentano il suo inconscio.
L'agire di Zeno è sempre manifestatamente il prodotto di impulsi inconsci. Si
pensi solo alla precipitosa domanda di matrimonio rivolta alla brutta Augusta
dopo il rifiuto della bella Ada e di Alberta: essa non è certo un fatto
accidentale, in realtà inconsciamente Zeno desiderava proprio la donna
"materna", e l'amore impossibile per Ada era un ostacolo che egli senza saperlo
frapponeva al proprio desiderio. Per tutto il romanzo ogni gesto, ogni
affermazione di Zeno, sia dello Zeno personaggio che agisce nel racconto, sia
dello Zeno che narra a distanza di anni, rivela in trasparenza un groviglio
complesso di motivazioni ambigue, sempre diverse o addirittura opposte rispetto
a quelle dichiarate consapevolmente. Percui la "coscienza" di Zeno appare in
primo luogo come una "cattiva coscienza", una coscienza falsa, come quella
degli eroi dei romanzi precedenti. La realtà oggettiva del fatti, che si intravede
dietro le mistificazioni dello Zeno narratore e personaggio, si incarica spesso
di farci dubitare delle motivazioni da lui adottate, per cui Zeno appare
avvolto da un alone di ironia "oggettiva" al pari del protagonista di Senilità.
Però la Coscienza di Zeno non è soltanto un'implacabile operazione di
smascheramento di una falsa coscienza e dei suoi autoinganni come era Senilità.
Nei venticinque anni che separano i due romanzi si è verificato in Svevo un
profondo mutamento di prospettive, o, se si preferisce, un sostanziale
arricchimento.
A differenza di Emilio Brentani, protagonista
di Senilità, Zeno non è solo oggetto di critica, ma anche soggetto. Non vi è
solo l'ironia oggettiva che pesa su Zeno: il romanzo è anche percorso dal
distacco ironico con cui Zeno guarda il mondo che lo circonda. La diversità di
Zeno, la sua malattia, funziona da strumento straniante nei confronti dei
cosiddetti sani e normali, il padre, il suocero, la moglie, Ada, Guido e tutto
gli altri borghesi che si affollano sullo sfondo della vicenda. La malattia che
impedisce a Zeno di coincidere interamente con la sua parte di borghese, porta
alla luce l'inconsistenza della pretesa sanità degli altri, che in quella parte
vivono perfettamente soddisfatti, incrollabili nelle loro certezze. Zeno, nella
sua imperfezione di inetto, è inquieto e disponibile alle trasformazioni, a
sperimentare le più varie forme dell'esistenza, ad esplorarne l'affascinante
originalità ("la vita non è né brutta né bella, ma è originale"), mentre i sani
sono cristallizzati in una forma rigida immutabile. In Zeno non vi è un
deliberato, consapevole atteggiamento critico verso il mondo che lo circonda,
una coscienza più lucida. In lui, anzi, vi è un disperato bisogno di salute,
cioè di normalità, di integrazione nel contesto borghese: vorrebbe essere buon
padre di famiglia, attivo ed abile uomo d'affari. Però, contro ogni sua
intenzione, non riesce mai a coincidere veramente con quella forma compiuta e
definitiva di uomo (neanche nel finale, nonostante il successo negli affari e
le sue pretese di essere guarito, che non sono che un'ennesima mistificazione).
Perciò il suo sguardo di irriducibile estraneo corrode quel mondo, ne mina alle
basi le certezze indiscusse, mai sottoposte dai suoi rappresentanti al dubbio
critico. Zeno finisce in tal modo per scoprire che la salute atroce degli altri
è anch'essa malattia, la vera malattia. La visione dell'inetto mette in crisi,
scovolge le nozioni contrapposte e gerarchicamente ordinate di salute e
malattia, di forza e debolezza. Ma lo sguardo di Zeno distrugge le gerarchie,
fa divenire tutto incerto e ambiguo, converte la salute in malattia. Il
mutamento di impianto narrativo della Coscienza, il fatto che sia il
protagonista stesso a narrare e non un'impersonale voce fuori campo, non può
apparire una soluzione puramente tecnica e accidentale, ma anzi risulta una
scelta in certo modo obbligata e densa di significato. Poiché Zeno non è più un
eroe del tutto negativo, ma possiede una fisionomia più aperta e problematica,
anzi detiene persino una forma di privilegio, in quanto è un essere mobile e
disponibile in opposizione ad un mondo immobile ed irrigidito, e perciò è
portatore oggettivo di una visione straniante, non avrebbe più ragione
d'essere, nella Coscienza, la presenza di un narratore esterno al narrato,
implacabile bel giudicare ogni gesto e ogni parola del personaggio. Ma neppure,
nel romanzo, sarebbe pensabile un giudizio in relazione ad un punto di
riferimento fisso, come è quello del narratore eterodiegetico, dinanzi ad
un'entità mobile, in divenire, contradditoria e inafferrabile come è
l'inetto-abbozzo. Dinanzi ad una realtà totalmente aperta e ambigua, in cui
forza e debolezza, salute e malattia, verità e menzogna, chiaroveggenza e
cecità sono sconvolte nelle loro gerarchie abituali, non si possono più dare
punti di riferimento stabiliti, non è possibile l'intervento di un voce che
giudichi in nome di valori certi e determinati. Per questo, abbandonato in
narratore fuori campo, la narrazione viene affidata alla voce del personaggio.
Filtrato attraverso la sua voce ambigua, tutto il testo diviene ambiguo,
aperto, passibile di varie interpretazioni. Ciò che dice Zeno può essere verità
o bugia, o tutt'e due le cose insieme, e nessun punto di riferimento permette
di distinguerlo con definitiva certezza.