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Luigi Pirandello
La patente
(1917) Personaggi
Rosario Chiàrchiaro.
Rosinella, sua figlia.
Il Giudice istruttore D'Andrea.
Tre altri Giudici.
Marranca, usciere.
Stanza del Giudice istruttore D'Andrea. Grande scaffale che prende quasi tutta la parete di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d'incartarnenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo e, accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto. Un seggiolone di cuojo per il Giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone è squallido. La comune è nella parete di destra. A sinistra, un'ampia finestra, alta, con vetrata antica, scompartita. Davanti alla finestra, come un quadricello alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a, sinistra, un usciolino nascosto
Il giudice D'Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola poco più grossa d'un pugno. Va davanti alla gabbia grande sul quadricello, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare da questa nella gabbia grande un cardellino
D'Andrea: Via, dentro! - E su, pigrone! - Oh! finalmente - Zitto adesso, al solito, e lasciami amministrare la giustizia a questi poveri piccoli uomini feroci.
Si leva il soprabito e lo appende insieme col cappello
all'attaccapanni. Siede alla scrivania, prende il fascicolo del processo che
deve istruire, lo scuote in aria con impazienza, sbuffa:
Benedett'uomo!
Resta un po' assorto a pensare, poi suona il campanello e dalla comune si
presenta l'usciere Marranca.
Marranca: Comandi, signor
cavaliere!
D'Andrea: Ecco, Marranca: andate al vicolo del Forno, qua vicino; a casa
del Chiàrchiaro.
Marranca (con un balzo
indietro, facendo le corna): Per amor di Dio, non lo nomini, signor
cavaliere!
D'Andrea (irritatissimo, dando un pugno sulla scrivania): Basta, perdio! Vi proibisco di manifestare così, davanti a me, la vostra bestialità, a danno d'un pover'uomo. E sia detto una volta per sempre.
Marranca: Mi scusi, signor cavaliere. L'ho detto anche per il suo bene!
D'Andrea: Ah, seguitate?
Marranca: Non parlo più. Che vuole che vada a fare in casa di di questo di questo galantuomo?
D'Andrea: Gli direte che il giudice istruttore ha da parlargli, e lo introdurrete subito da me.
Marranca: Subito, va bene, signor cavaliere. Ha altri comandi?
D'Andrea: Nient'altro. Andate.
Marranca esce, tenendo la porta per dar passo ai tre Giudici colleghi, che
entrano con le toghe e i tocchi in capo e scambiano i saluti col D'Andrea, poi
vanno tutti e tre a guardare il cardellino nella gabbia.
Primo giudice: Che dice eh, questo
signor cardellino?
Secondo giudice: Ma sai che sei davvero curioso con codesto cardellino
che ti porti appresso?
Terzo giudice: Tutto il paese ti chiama: il Giudice Cardello.
Primo giudice: Dov'è, dov'è la gabbiolina con cui te lo porti?
Secondo giudice (prendendola dalla scrivania a cui s'è accostato):
Eccola qua! Signori miei, guardate: cose da bambini! Un uomo serio
D'Andrea: Ah, io, cose da bambini, per codesta gabbiola? E voi, allora,
parati così?
Terzo giudice: Ohè, ohè, rispettiamo la toga!
D'Andrea: Ma andate là, non scherziamo! siamo in 'camera caritatis'.
Ragazzo, giocavo coi miei compagni «al tribunale». Uno faceva da imputato; uno,
da presidente; poi, altri da giudici, da avvocati Ci avrete giocato anche
voi. Vi assicuro, che eravamo più serii allora!
Primo giudice: Eh, altro!
Secondo giudice: Finiva sempre a legnate!
Terzo giudice (mostrando una vecchia cicatrice alla fronte): Ecco
qua: cicatrice d'una pietrata che mi tirò un avvocato difensore mentre fungevo
da regio procuratore!
D'Andrea: Tutto il bello era nella toga con cui ci paravamo. Nella toga
era la grandezza, e dentro di essa noi eravamo bambini. Ora è al contrario:
noi, grandi, e la toga, il giuoco di quand'eravamo bambini. Ci vuole un gran
coraggio a prenderla sul serio! Ecco qua, signori miei,
prende dalla scrivania il fascicolo del processo Chiàrchiaro
io debbo istruire questo processo. Niente di più iniquo di questo processo.
Iniquo, perché include la più spietata ingiustizia contro alla quale un
pover'uomo tenta disperatamente di ribellarsi, senza nessuna probabilità di
scampo. C'è una vittima qua, che non può prendersela con nessuno! Ha voluto, in
questo processo, prendersela con due, coi primi due che gli sono capitati sotto
mano, e - sissignori - la giustizia deve dargli torto, torto, torto, senza
remissione, ribadendo così, ferocemente, la iniquità di cui questo pover'uomo è
vittima.
Primo giudice: Ma che processo è?
D'Andrea: Quello intentato da Rosario Chiàrchiaro.
Subito, al nome i tre Giudici, come già Marranca, danno un balzo indietro,
facendo scongiuri, atti di spavento, e gridando.
Tutti e tre: Per
D'Andrea: Ecco, vedete? E dovreste proprio voi rendere giustizia a
questo pover'uomo!
Primo giudice: Ma che giustizia! È un pazzo!
D'Andrea: Un disgraziato!
Secondo giudice: Sarà magari un disgraziato! ma scusa, è pure un pazzo!
Ha sporto querela per diffamazione, contro il figlio del sindaco, nientemeno, e
anche -
D'Andrea: - contro l'assessore Fazio -
Terzo giudice: - per diffamazione? -
Primo giudice: - già, capisci? perché dice, li sorprese nell'atto che
facevano gli scongiuri al suo passaggio.
Secondo giudice: Ma che diffamazione se in tutto il paese, da almeno due
anni, è diffusissima la sua fama di jettatore?
D'Andrea: E innumerevoli testimonii possono venire in tribunale a
giurare che in tante e tante occasioni ha dato segno di conoscere questa sua
fama, ribellandosi con proteste violente!
Primo giudice: Ah, vedi? Lo dici tu stesso!
Secondo giudice: Come condannare, in coscienza, il figliuolo del sindaco
e l'assessore Fazio quali diffamatori per aver fatto, vedendolo passare, il
gesto che da tempo sogliono fare apertamente tutti?
D'Andrea: E primi fra tutti vojaltri?
Tutti e tre: Ma certo! - È terribile, sai? - Dio ne liberi e scampi!
D'Andrea: E poi vi fate meraviglia, amici miei, che io mi porti qua il
cardellino Eppure, me lo porto - voi lo sapete - perché sono rimasto solo da
un anno. Era di mia madre quel cardellino; e per me è il ricordo vivo di lei:
non me ne so staccare. Gli parlo, imitando, così, col fischio, il suo verso, e
lui mi risponde. Io non so che gli dico; ma lui, se mi risponde, è segno che
coglie qualche senso nei suoni che gli faccio. Tale e quale come noi, amici
miei, quando crediamo che la natura ci parli con la poesia dei suoi fiori, o
con le stelle del cielo, mentre la natura forse non sa neppure che noi
esistiamo.
Primo giudice: Séguita, séguita, mio caro, con codesta filosofia, e
vedrai come finirai contento!
Si sente picchiare alla comune, e, poco dopo, Marranca sporge il capo.
Marranca: Permesso?
D'Andrea. Avanti, Marranca.
Marranca: Lui in casa non c'era, signor cavaliere. Ho lasciato detto a
una delle figliuole che, appena arriva, lo mandino qua. È venuta intanto con me
la minore delle figliuole: Rosinella. Se Vossignoria vuol riceverla..,
D'Andrea: Ma no: io voglio parlare con lui!
Marranca: Dice che vuol rivolgerle non so che preghiera, signor
cavaliere. È tutta impaurita.
Primo giudice. Noi ce n'andiamo. A rivederci, D'Andrea!
Scambio di saluti: e i tre Giudici vanno via.
D'Andrea: Fate passare.
Marranca: Subito, signor cavaliere.
Via, anche lui. Rosinella, sui sedici anni, poveramente vestita, ma con una
certa decenza, sporge il capo dalla comune, mostrando appena il volto dallo
scialle nero di lana.
Rosinella: Permesso?
D'Andrea. Avanti, avanti.
Rosinella: Serva di Vossignoria. Ah, Gesù mio, signor giudice,
Vossignoria ha fatto chiamare mio padre? Che cosa è stato, signor giudice?
Perché? Non abbiamo più sangue nelle vene, dallo spavento!
D'Andrea: Calmatevi! Di che vi spaventate?
Rosinella: È che noi, Eccellenza, non abbiamo avuto mai da fare con la
giustizia!
D'Andrea: Vi fa tanto terrore, la giustizia?
Rosinella: Sissignore. Le dico, non abbiamo più sangue nelle vene! La
mala gente, Eccellenza, ha da fare con la giustizia. Noi siamo quattro poveri
disgraziati. E se anche la giustizia ora si mette contro di noi
D'Andrea: Ma no. Chi ve l'ha detto? State tranquilla. La giustizia non
si mette contro di voi.
Rosinella: E perché allora Vossignoria ha fatto chiamare mio padre?
D'Andrea: Perché vostro padre vuol mettersi lui contro la giustizia.
Rosinella: Mio padre? Che dice!
D'Andrea: Non vi spaventate. Vedete che sorrido Ma come? Non sapete
che vostro padre s'è querelato contro il figlio del sindaco e l'assessore
Fazio?
Rosinella: Mio padre? Nossignore! Non ne sappiamo nulla! Mio padre s'è
querelato?
D'Andrea: Ecco qua gli atti!
Rosinella: Dio mio! Dio mio! Non gli dia retta, signor giudice! È come
impazzito mio padre: da più d'un mese! Non lavora più da un anno, capisce?
perché l'hanno cacciato via, l'hanno gettato in mezzo a una strada; fustigato
da tutti, sfuggito da tutto il paese come un appestato! Ah, s'è querelato?
Contro il figlio del sindaco s'è querelato? È pazzo! È pazzo! Questa guerra
infame che gli fanno tutti, con questa fama che gli hanno fatto, l'ha levato di
cervello! Per carità, signor giudice: gliela faccia ritirare codesta querela!
gliela faccia ritirare!
D'Andrea: Ma sì, carina! Voglio proprio questo. E l'ho fatto chiamare
per questo. Spero che ci riuscirò. Ma voi sapete: è molto più facile fare il
male che il bene.
Rosinella: Come, Eccellenza! Per Vossignoria?
D'Andrea: Anche per me. Perché il male, carina, si può fare a tutti e da
tutti; il bene, solo a coloro che ne hanno bisogno.
Rosinella: E lei crede che mio padre non ne abbia bisogno?
D'Andrea: Lo credo, lo credo. Ma è che questo bisogno d'aver fatto il
bene, figliuola, rende spesso così nemici gli animi di coloro che si vorrebbero
beneficare, che il beneficio diventa difficilissimo. Capite?
Rosinella: Nossignore, non capisco. Ma faccia di tutto Vossignoria! Per
nojaltri non c'è più bene, non c'è più pace, in questo paese.
D'Andrea: E non potreste andar via da questo paese?
Rosinella: Dove? Ah, Vossignoria non lo sa com'è! Ce la portiamo
appresso, la fama, dovunque andiamo. Non si leva più neppure col coltello. Ah,
se vedesse mio padre, come s'è ridotto! S'è fatto crescere la barba. Una
barbaccia, che pare un gufo e s'è tagliato e cucito da sé un certo abito.
Eccellenza, che quando se lo metterà, farà spaventare la gente, fuggire i cani
finanche!
D'Andrea. E perché?
Rosinella: Se lo sa lui perché! È come impazzito, le dico! Gliela
faccia, gliela faccia ritirare la querela, per carità!
Si sente di nuovo picchiare alla comune.
D'Andrea: Chi è? Avanti.
Marranca (tutto tremante): Eccolo, signor cavaliere! Che che
debbo fare?
Rosinella: Mio padre?
Balza in piedi.
Dio! Dio! Non mi faccia trovare qua, Eccellenza, per carità!
D'Andrea: Perché? Che cos'è? Vi mangia, se vi trova qua?
Rosinella: Nossignore. Ma non vuole che usciamo di casa. Dove mi
nascondo?
D'Andrea. Ecco. Non temete.
Apre l'usciolino nascosto nella parete di destra.
Andate via di qua; poi girate per il corridojo e troverete l'uscita.
Rosinella: Sissignore, grazie. Mi raccomando a Vossignoria! Serva sua.
Via ranca ranca per l'usciolino a destra. D'Andrea lo richiude.
D'Andrea: Introducetelo.
Marranca (tenendo aperto quanto più può la comune per tenersi discosto):
Avanti, avanti introducetevi
E come Chiàrchiaro entra, va via di furia. Rosario Chiàrchiaro s'è combinata
una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedere. S'è lasciato crescere su
le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliuta; s'è insellato sul naso
un paio di grossi occhiali cerchiati d'osso che gli dànno l'aspetto d'un
barbagianni. Ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da
tutte le parti, e tiene una canna d'India in mano col manico di corno. Entra a
passo di marcia funebre, battendo a terra la canna a ogni passo, e si para
davanti al giudice.
D'Andrea (con uno scatto violento d'irritazione, buttando via le
carte del processo): Ma fatemi il piacere! Che storie son queste!
Vergognatevi!
Chiàrchiaro (senza scomporsi minimamente allo scatto del giudice,
digrigna i denti gialli e dice sottovoce): Lei dunque non ci crede?
D'Andrea: V'ho detto di farmi il piacere! Non facciamo scherzi, via,
caro Chiàrchiaro! - Sedete, sedete qua! Gli s'accosta e fa per posargli una
mano sulla spalla.
Chiàrchiaro (subito, tirandosi indietro e tremendo): Non mi s'accosti!
Se ne guardi bene! Vuol perdere la vista degli occhi?
D'Andrea (lo guarda freddamente, poi dice): Seguitate Quando
sarete comodo - Vi ho mandato a chiamare per il vostro bene. Là c'è una
sedia: sedete.
Chiàrchiaro (prende la seggiola. Siede, guarda il giudice, poi si
mette a far rotolare con le mani su le gambe la canna d'India come un
matterello e tentenna a lungo il capo. Alla fine mastica): Per il mio
bene Per il mio bene, lei dice Ha il coraggio di dire per il mio bene! E
lei si figura di fare il mio bene, signor giudice, dicendo che non crede alla
jettatura?
D'Andrea (sedendo anche lui): Volete che vi dica che ci credo? Vi
dirò che ci credo! Va bene?
Chiàrchiaro (recisamente, col tono di chi non ammette scherzi):
Nossignore! Lei ci ha da credere sul serio, sul se-ri-o! Non solo, ma deve
dimostrarlo istruendo il processo.
D'Andrea. Ah, vedete: questo sarà un po' difficile.
Chiàrchiaro (alzandosi e facendo per avviarsi): E allora me ne
vado.
D'Andrea: Eh, via! Sedete! V'ho detto di non fare storie!
Chiàrchiaro: Io, storie? Non mi cimenti; o ne farà una tale
esperienza - Si tocchi, si tocchi!
D'Andrea: Ma io non mi tocco niente.
Chiàrchiaro: Si tocchi, le dico! Sono terribile, sa?
D'Andrea (severo): Basta, Chiàrchiaro! Non mi seccate. Sedete e
vediamo d'intenderci. Vi ho fatto chiamare per dimostrarvi che la via che avete
preso non è propriamente quella che possa condurvi a buon porto.
Chiàrchiaro: Signor giudice, io sono con le spalle al muro dentro un
vicolo cieco. Di che porto, di che via mi parla?
D'Andrea: Di questa per cui vi vedo incamminato e di quella là della
querela che avete sporto. Già l'una e l'altra, scusate, sono tra loro così.
Infronta gl'indici delle due mani per significare che le due vie sembrano in
contrasto.
Chiàrchiaro: Nossignore. Pare a lei, signor giudice.
D'Andrea: Come no? Là nel processo, accusate come diffamatori due,
perché vi credono jettatore; e ora qua vi presentate a me, parato così, in
vesti di jettatore, e pretendete anzi ch'io creda alla vostra jettatura.
Chiàrchiaro: Sissignore. Perfettamente.
D'Andrea: E non pare anche a voi che ci sia contraddizione?
Chiàrchiaro: Mi pare, signor giudice, un'altra cosa. Che lei non capisce
niente!
D'Andrea: Dite, dite, caro Chiàrchiaro! Forse è una sacrosanta verità,
questa che mi dite. Ma abbiate la bontà di spiegarmi perché non capisco niente.
Chiàrchiaro: La servo subito. Non solo le farò vedere che lei non
capisce niente; ma anche toccare con mano che lei è un mio nemico.
D'Andrea: Io?
Chiàrchiaro: Lei, lei, sissignore. Mi dica un po': sa o non sa che il
figlio del sindaco ha chiesto il patrocinio dell'avvocato Lorecchio?
D'Andrea: Lo so.
Chiàrchiaro: E lo sa che io - io, Rosario Chiàrchiaro - io stesso sono
andato dall'avvocato Lorecchio a dargli sottomano tutte le prove del fatto:
cioè, che non solo io mi ero accorto da più di un anno che tutti, vedendomi
passare, facevano le corna e altri scongiuri più o meno puliti; ma anche le
prove, signor giudice, prove documentate, testimonianze irrepetibili, sa?
ir-re-pe-ti-bi-li di tutti i fatti spaventosi, su cui è edificata
incrollabilmente, in-crol-la-bilmente, la mia fama di jettatore?
D'Andrea: Voi? Come? Voi siete andato a dar le prove all'avvocato
avversario?
Chiàrchiaro: A Lorecchio. Sissignore.
D'Andrea (più imbalordito che mai): Eh Vi confesso che capisco
anche meno di prima.
Chiàrchiaro: Meno? Lei non capisce niente!
D'Andrea: Scusate Siete andato a portare codeste prove contro di voi
stesso all'avvocato avversario; perché? Per rendere più sicura l'assoluzione di
quei due? E perché allora vi siete querelato?
Chiàrchiaro: Ma in questa domanda appunto è la prova, signor giudice,
che lei non capisce niente! Io mi sono querelato perché voglio il
riconoscimento ufficiale della mia potenza. Non capisce ancora? Voglio che sia
ufficialmente riconosciuta questa mia potenza terribile, che è ormai l'unico
mio capitale, signor giudice!
D'Andrea (facendo per abbracciarlo, commosso): Ah, povero
Chiàrchiaro, povero Chiàrchiaro mio, ora capisco! Bel capitale, povero Chiàrchiaro!
E che te ne fai?
Chiàrchiaro: Che me ne faccio? Come, che me ne faccio? Lei, caro
signore, per esercitare codesta professione di giudice - anche così male come
la esercita - mi dica un po', non ha dovuto prendere la laurea?
D'Andrea: Eh sì, la laurea
Chiàrchiaro: E dunque! Voglio anch'io la mia patente. La patente di
jettatore. Con tanto di bollo. Bollo legale. Jettatore patentato dal regio
tribunale.
D'Andrea: E poi? Che te ne farai?
Chiàrchiaro: Che me ne farò? Ma dunque è proprio deficiente lei? Me lo
metterò come titolo nei biglietti da visita! Ah, le par poco? La patente! Sarà
la mia professione! Io sono stato assassinato, signor giudice! Sono un povero
padre di famiglia. Lavoravo onestamente. Mi hanno cacciato via e buttato in
mezzo a una strada, perché jettatore! In mezzo a una strada, con la moglie
paralitica, da tre anni in un fondo di letto! e con due ragazze, che se lei le
vede, signor giudice, le strappano il cuore dalla pena che le fanno: belline
tutte e due; ma nessuno vorrà più saperne, perché figlie mie, capisce? E lo sa
di che campiamo adesso tutt'e quattro? Del pane che si leva di bocca il mio
figliuolo, che ha pure la sua famiglia, tre bambini! E le pare che possa fare
ancora a lungo, povero figlio mio, questo sacrificio per me? Signor giudice,
non mi resta altro che di mettermi a fare la professione di jettatore!
D'Andrea: Ma che ci guadagnerete?
Chiàrchiaro: Che ci guadagnerò? Ora glielo spiego. Intanto, mi vede: mi
sono combinato con questo vestito. Faccio spavento! Questa barba questi
occhiali Appena lei mi fa ottenere la patente, entro in campo! Lei dice,
come? Me lo domanda - ripeto - perché è mio nemico!
D'Andrea: Io? Ma vi pare?
Chiàrchiaro: Sissignore, lei! Perché s'ostina a non credere alla mia
potenza! Ma per fortuna ci credono gli altri, sa? Tutti, ci credono! Questa è
la mia fortuna! Ci sono tante case da giuoco nel nostro paese! Basterà che io
mi presenti. Non ci sarà bisogno di dir niente. Il tenutario della casa, i
giocatori, mi pagheranno sottomano, per non avermi accanto e per farmene andar
via! Mi metterò a ronzare come un moscone attorno a tutte le fabbriche; andrò a
impostarmi ora davanti a una bottega, ora davanti a un'altra. Là c'è un
giojelliere? - Davanti alla vetrina di quel giojelliere: mi pianto lì,
eseguisce
mi metto a squadrare la gente così,
eseguisce
e chi vuole che entri più a comprare in quella bottega una gioja, o a guardare
a quella vetrina? Verrà fuori il padrone, e mi metterà in mano tre, cinque lire
per farmi scostare e impostare da sentinella davanti alla bottega del suo
rivale. Capisce? Sarà una specie di tassa che io d'ora in poi mi metterò a
esigere!
D'Andrea: La tassa dell'ignoranza!
Chiàrchiaro: Dell'ignoranza? Ma no, caro lei! La tassa della salute!
Perché ho accumulato tanta bile e tanto odio, io, contro tutta questa schifosa
umanità, che veramente credo, signor giudice, d'avere qua, in questi occhi, la
potenza di far crollare dalle fondamenta un'intera città! - Si tocchi! Si
tocchi, perdio! Non vede? Lei è rimasto come una statua di sale!
D'Andrea, compreso di profonda pietà, è rimasto veramente come un balordo a
mirarlo.
Si alzi, via! E si metta a istruire questo processo che farà epoca, in modo che
i due imputati siano assolti per inesistenza di reato; questo vorrà dire per me
il riconoscimento ufficiale della mia professione di jettatore!
D'Andrea (alzandosi): La patente?
Chiàrchiaro (impostandosi grottescamente e battendo la canna): La
patente, sissignore!
Non ha finito di dire così, che la vetrata della finestra si apre pian piano,
come mossa dal vento, urta contro il quadricello e la gabbia, e li fa cadere
con fracasso.
D'Andrea (con un grido, accorrendo): Ah, Dio! Il cardellino! Il
cardellino! Ah, Dio! È morto è morto L'unico ricordo di mia madre
Morto morto
Alle grida, si spalanca la comune e accorrono i tre Giudici e Marranca, che
subito si trattengono allibiti alla vista di Chiàrchiaro.
Tutti: Che è stato? Che è stato?
D'Andrea: Il vento la vetrata il cardellino
Chiàrchiaro (con un grido di trionfo): Ma che vento! Che vetrata!
Sono stato io! Non voleva crederci e gliene ho dato la prova! Io! Io! E come è
morto quel cardellino,
subito, gli atti di terrore degli astanti, che si scostano da lui:
così, a uno a uno, morirete tutti!
Tutti (protestando, imprecando, supplicando in coro): Per l'anima
vostra! Ti caschi la lingua! Dio, ajutaci! Sono un padre di famiglia!
Chiàrchiaro (imperioso, protendendo una mano): E allora qua,
subito - pagate la tassa! - Tutti!
I tre giudici (facendo atto di cavar danari dalla tasca): Sì, subito!
Ecco qua! Purché ve n'andiate! Per carità di Dio!
Chiàrchiaro (esultante, rivolgendosi al giudice D'Andrea, sempre con
la mano protesa): Ha visto? E non ho ancora la patente! Istruisca il
processo! Sono ricco! Sono ricco!
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