Commento della
poesia Tanto gentile e tanto onesta pare di Dante Alighieri
La poesia Tanto
gentili e tanto onesta pare, scritta da Dante Alighieri è una chiara lode
alla donna amata dal poeta che viene resa un modello di bellezza, amore e
comportamento. Nel testo del sonetto è presente una costante figura retorica
del suono: un' alliterazione delle consonanti m, n ed l, ma anche delle vocali
chiare a ed e; insieme a queste, per contribuire a formare un campo semantico
che crea l' aspettativa e la concezione di qualcosa di magnifico vi è la
costante ripetizione di parole appartenenti ad una stessa sfera sensoriale: la
vista che è tra l'altro il principale senso attraverso il quale è possibile
percepire la bellezza della donna intesa come purezza d'animo.
È possibile suddividere la poesia
principalmente in due parti: le due quartine e le due terzine, suddivisione
suggerita anche dalla punteggiatura. Nella prima quartina Dante fornisce una
sorta di sintomatologia fisica del sentimento amoroso che potrebbe essere
paragonata al famoso frammento 31 di Saffo, ma nella seconda quartina questo
paragone viene smentito dai versi sette ed otto in cui la magnificenza d'animo
della donna viene paragonata a quella di un miracolo; è dunque possibile
rileggere le due quartine legandole con un rapporto di "evoluzione": dall'
amore fisico si passa a quello spirituale. Complessivamente quindi si può
affermare che nella prima parte della poesia vi è una descrizione della
bellezza interiore della donna. Nelle due terzine invece vengono descritti gli
effetti provocati da quanto affermato negli ultimi due versi della seconda
strofa, vi sono anche continui rimandi alle due quartine, sia dal punto di
vista formale: ripetizione di alcuni verbi e di alcune proposizioni
subordinate; ma anche grazie ad un secondo processo di evoluzione, vengono
infatti ripresi i due sensi che erano stati storditi dalla gentilezza della
donna ma che ora vengono risvegliati ed indirizzati verso l'apprendimento della magnificenza e
della grandiosità del Signore che si esprime tramite di lei.
Questo sonetto può
anche essere sciolto come un chiaro inno alla religione cristiana. Infatti nei versi tre e quattro la lingua che
diviene muta e gli occhi che più non vedono possono essere interpretati come
l'impossibilità dell'uomo di comprendere la bellezza della donna che diviene l'emblema della magnificenza di Dio
grazie al paragone di questa con un miracolo, proposto nei versi sette - otto.
Nei versi successivi il poeta afferma riferendosi sempre alla bellezza: intender
non la può chi no la prova, il che può essere sciolto come: il non credente non
può godere dei piaceri offerti dalla volontà del Signore, e l'apice di questo
inno viene raggiunto nell'ultima terzina dove viene affermato che dalle labbra
di lei ha origine lo spirito vitale pieno d'amore. Tutto ciò è rafforzato dalla
presenza nel testo di alcuni vocaboli come ad esempio "saluta" che deriva dal
latino salus e può anche indicare la salvezza offerta da Lei agli uomini
fedeli.
In questa poesia, a
differenza di quelle greche e latine, non viene descritta la passione fisica
del sentimento amoroso, ma l'oggetto del desiderio: la donna non viene
rappresentata fisicamente ma solo da un punto di vista più emotivo e in questo
modo la sua influenza non si stende solo al poeta, ma diventa oggettiva e alla
portata di tutti, proprio come la chiesa che nel medioevo, periodo in cui è
vissuto Dante, svolgeva un ruolo dominante in tutti gli ambiti della vita
quotidiana.